venerdì 5 novembre 2010

In viaggio - vol. II

Andai verso il mare senza barche per traversare
spesi cento lire per un pesciolino d'oro
.

Sally

(Rimini, 1978, F. De André)
















27 anni.

Ho appreso presto
l'arte di andare
a grattarmi le rogne
dall'altra parte del mondo.

Quella volta, con poco juicio,
mi ritrovai, non so bene come,
in quel di Macondo.

O forse non era quello il nome,
suonava come Saranga o Tabamba,
ma comunque era da quelle parti lì,
in terra di Locumbia,
nel regno del pibe Valderrama.

Acerbo e confuso ero allora,
e insopportabilmente inesperto
in fatto di donne.

Ero ancora,
sull'argomento figa,
d'un candore virginale,
e davanti alla bellezza,
mi sudavano un poco le mani
e talvolta mi s'inceppava pure la loquela.

Ma un bel pazzariello, ah sì,
quello lo sono sempre stato.

Perché i miei viaggi
li ho spesso vissuti
alla stregua di sogni.

E si sa che in sogno
ogni cosa è concessa,
con sensuale leggerezza
compiamo le azioni più turpi,
senza rimorso.

Così, dopo aver passato la giornata
in riva al mare,
mi trovavo,
in quel tardo pomeriggio
di sogno, a Baganda,
o come cavolo si chiama,
e aspettavo,
abbacinato dal sole, ancora giaguaro,
un tassì che mi riportasse
alla mia pensioncina,
qualche kilometro più in là,
nella città vicina.

Mentre aspettavo,
ecco che arriva una negra,
una di quelle che facevano
avanti e indietro
lungo la spiaggia assolata
per vendere dolci fritti
e caramellati.

Camminando
un po' a sghimbescio
si avvicina la venditrice
alta e flessuosa,
con sulla testa il cesto
di esotiche, ipercaloriche
leccornie.

Poggia il cesto in terra
e si abbandona distesa
vicino a me,
sul cemento d'un terrapieno.

La guardo.
Lei mi guarda.

Porta un lungo vestito
colorato, a fiori,
sbracciato,
è assai sudata
ed è scalza.

Sul viso,
d'ebano nero,
brilla il bianco
perfetto dei denti e
quello sporco degli occhi
iniettati di sangue.

Occhi febbricitanti.

Si lecca.
con lunga lingua rosa,
le labbra tumide,
screpolate, violacee.
E d'un tratto si agita
e prende a contorcersi
come una biscia.

Sommessamente geme.

Stranito la guardo
e al principio
penso stia male.

Però quei contorcimenti,
quei gemiti
non sembrano di dolore,
anche se mostrano
qualcosa di morboso,
e di sofferente.

Il suo corpo
pare muoversi
come fosse
da mani invisibili
intimamente palpato,
posseduto.

Mi pare di sognare,
ma forse non sta così male.

Sembra sbronza.

Il sole declina
e intorno a noi si fa sera.

Finché passa un taxi,
lo fermo, contratto e salgo,
ma non faccio in tempo
a chiuder lo sportello,
che la venditrice negra,
posseduta da un demone bizzarro,
con un balzo
entra a sua volta
e mi si siede affianco.

Il tassista dà un occhio
allo specchietto,
poi ingrana la marcia
e parte.

Musica a palla naturalmente,
quella ossessiva del Caribe.

La negra, accanto a me,
geme e si dimena
scarmigliata.

Si morde le labbra,
sollevando il vestito
a dare aria alle cosce
imperlate di sudore.

Non avevo mai visto
niente del genere.

Dovevo far qualcosa.

La mia mano
si muove da sola,
ma appena approda
sulla coscia
è all'istante ghermita
dall'atroce negra,
che la colloca
alla sorgente dei suoi mali.

Le mutande, slabbrate,
sono completamente fradice,
la mia mano scivola sotto
e lei gode
come una diavolessa vudù.

Smarrito sbircio
allo specchietto
il volto baffuto
e butterato
del tassista,
che non fa una grinza.

Intanto le mie dita
devono districarsi
in una foresta equatoriale,
prima di raggiungere la vena d'acqua.

Le sue mani premono sulla mia.

Non ho mai visto
una sorgente così copiosa.

Ha una tana aperta,
sommersa d'umori caldi.

Due dita scivolano dentro,
come risucchiate,
poi entra il terzo
e il quarto.

Tutte di filato,
a sguazzare
come nel burro fuso.

Se la gode dissennatamente
la negra,
e se l'ultimo dito non entra
è solo perché non lo permette
la posizione.

Da come smania
mi ci farebbe entrare
tutto intero
in quella caverna
zuppa d'umori.

A un tratto lei ordina
all'autista di fermarsi,
quello frena
e io quasi mi storco il polso.

Il tempo di estrarre
dalla caverna
la mano colante,
il tempo del tassista di voltarsi,
e la donna è già fuori,
corre verso le casupole e le baracche
del quartiere dei pescatori.

Il tassista mastica
un carajo,
inerpica un baffo
e chiede, o meglio,
intima,
paga usted?!

Claro che pago.


4 commenti:

Primo Estinto ha detto...

E' il destino di noi uomini.....pagare comunque a prescindere, per un giro in giostra.Avanti, inserire il gettone, altro giro altro regalooooo.....avanti il prossimo........

Dea ha detto...

oh caspita! 4 dita e quasi 5? so' 'na verginella! :)

Desire ha detto...

Normale amministrazione pour moi ... ^_^

Bisous

Desire

carlos ha detto...

Primo, mi sa che hai proprio ragione! Io preferisco pagare in natura...

Dea, a mio avviso molto dipende dalla conformazione e dal grado di elasticità del divino strumento, ed è sempre necessaria un'intensa eccitazione.
Quella che ho incontrato io era così e pure parecchio sbronza...


Desire, cherie... Je suis toujours étonné avec vous... Bisous